Nel reperire risorse per uscire dalla crisi economica penalizzati ancora l’avvocatura e il settore giustizia. Di Ester Perifano da Guida al Diritto

La crisi economica che aggredisce tutto il mondo, colpisce, più degli altri, il nostro paese.  Il governo con le manovre d’estate, ha tentato di correre ai ripari. Ha tentato, perché come è drammaticamente chiaro mentre scrivo, all’appello manca ancora il decreto sviluppo, il cui contenuto, ancora vago e indeterminato, deve ancora passare il vaglio europeo. L’avvocatura, e il settore giustizia in particolare, terreno consueto per reperire risorse, sono ancora una volta in prima linea. E così gli articoli 37,38 e 39 della prima manovra intervengono pesantemente sul comparto. Tra le previsioni, quella che aumenta, per l’ennesima volta in poco tempo, il contributo unificato necessario per adire le autorità giudiziarie e, se ciò non bastasse, tra le pieghe del provvedimento è già previsto un ulteriore aumento, se è vero che il ministro della Giustizia potrà con decreto disporre, in via autonoma, l’incremento del contributo laddove rilevi che siano in procinto di verificarsi scostamenti rispetto alle risorse stanziate annualmente. Settori tradizionalmente esclusi per la loro rilevanza sociale ed etica (famiglia, lavoro, previdenza, fisco) vengono parificati agli altri, per cui non è azzardato affermare che si ridimensiona fortemente la tutela giurisdizionale per i cittadini più deboli, quelli che di solito hanno maggior bisogno di rivolgersi alla giustizia. Il paradosso è che la maggior parte del contenzioso previdenziale è attribuibile alle macroscopiche inefficienze della pubblica amministrazione, se è vero, ad esempio, che la medesima disposizione riconosce, tout court, tutte le pretese che non superino l’importo di € 500,00 e che formino oggetto di giudizi pendenti. Naturalmente, all’estinzione del giudizio corrisponde la compensazione delle spese legali, ennesima dimostrazione dello svilimento costante del ruolo del lavoro degli avvocati che questo governo porta avanti con grande determinazione sin dal suo insediamento (conciliazione docet). Tanto altro ancora prevede il ddl 98/201, ma non c’è tempo per approfondire tutto anche perché, pochi giorni dopo il primo è arrivato il secondo DL il 138/2011, definitivamente convertito a metà settembre che irrompe con forza nel tradizionale dibattito, un po’ ingessato, della politica forense introducendo elementi di grande novità. Innanzitutto, l’articolo uno bis affronta, con delega al governo, il problema della revisione della geografia giudiziaria, nell’ottica di realizzare risparmi di spesa e incremento di efficienza. Diciamo subito che il provvedimento sconta un ritardo di circa 150 anni: come tutti sanno tranne pochissime e irrilevanti modifiche, l’organizzazione degli uffici giudiziari sul territorio risale all’epoca pre unitaria. E si vede. Tanto per dirne qualcuna: 17 tribunali, alcuni davvero piccolissimi in Piemonte, quattro Corti d’appello in una sola regione, la Sicilia, che vanta anche il primato del tribunale con il minor numero di iscritti all’albo d’Italia (Mistretta, appena 79 avvocati).  Dunque, l’avvio della razionalizzazione era atteso da tempo e la delega è certo un inizio. Quanto buono, però, è ancora tutto da vedere. Intanto non è accettabile che la revisione avvenga sulla base di criteri astratti, svincolati dalle peculiarità dei singoli uffici e dei territori sui quali insistono. Affinché questo principio sacrosanto venga rispettato, e non mortificato da rivendicazioni campanilistiche per cui chi ha più santi in ….Parlamento finisce per prevalere su chi non ne ha, è indispensabile approcciare la questione con grande trasparenza. Sarà compito del ministero raccogliere in modo esaustivo e obbiettivo tutti i dati necessari, condividerli con tutti gli operatori e formulare proposte motivate. Secondo analisi assolutamente affidabili il solo accorpamento ad altri ad altri di circa 300 piccoli uffici di giudice di pace da tempo abbandonati a se stessi e per lo più inefficienti consentirebbe di recuperare risorse per oltre 60 milioni di euro che, destinate magari a implementare gli investimenti per la digitalizzazione degli uffici giudiziari, migliorerebbero le condizioni di lavoro di tutti, avvocati in testa. Infine, non può non parlarsi dell’articolo 3 della manovra d’agosto. Sembra che il decreto sviluppo in corso di approvazione ne confermerà integralmente l’impianto, precisando che la riforma degli ordinamenti professionali avverrà con d.p.r. Si tratta, a nostro avviso, soltanto dell’inizio di un percorso che purtroppo, trova gli avvocati sostanzialmente impreparati: è evidente infatti che la legge di riforma professionale approvata da un ramo del Parlamento, sulla quale siamo stati chiamati a confrontarci negli ultimi 2/3 anni, nel presupposto che fosse quello il progetto destinato a essere approvato, è del tutto incompatibile con la nuova linea che, anche su precisa richiesta della BCE, il governo italiano dovrà adottare. Principi quasi tutti condivisibili, quelli dell’articolo tre. Ferma, e ribadita, la differenza tra attività professionale e attività di impresa, si parla di accesso libero alle professioni, che non vuol dire, come molti strumentalmente tendono ad accreditare, abolizione pura e semplice dell’esame di Stato. Pure condivisibile deve ritenersi il coinvolgimento dell’avvocatura nella parte finale del percorso universitario che potrà consentire, attraverso la cogestione della fase di tirocinio anticipato, la formazione, sin dall’accademia, di aspiranti avvocati motivati dall’attività professionale. Il potere disciplinare rimane saldamente nelle mani degli avvocati, ma l’organo disciplinare sarà nettamente separato dall’organo amministrativo, sia su base circondariale che nazionale. Il che prelude finalmente una governance della categoria completamente diversa da quella attuale, con la possibilità di sperimentare forme gestionali più moderne e sistemi elettorali più democratici, che rispettino e valorizzino la base. Dall’articolo tre, paradossalmente, anche le tariffe professionali – per il momento – escono rivalutate, poiché, accanto alla possibilità di pattuire il compenso all’atto di conferimento dell’incarico, tenendole come punto di riferimento, vengono introdotte fattispecie che che le richiamano espressamente, con ciò legittimandole, soprattutto in caso di liquidazione dei compensi. L’iter avviato dovrà, evidentemente, essere completato: difetta la giusta considerazione di realtà importanti, quali che le quelle che vedono avvocati, giovani ma anche meno giovani, soprattutto donne, prestare attività lavorativa nelle condizioni di dipendenti di fatto di studi riconducibili ad altri colleghi, e ciò senza adeguate garanzie e/o tutele di qualunque natura. Come pure non viene affatto considerata la necessità di un’efficace e effettivo riordino del comparto professionale economico-giuridico, in modo da riconoscere agli avvocati, anche formalmente, ulteriori ambiti di attività che già oggi rientrano, indiscutibilmente, nelle loro competenze professionali. Il cambiamento é alle porte: nonostante i ritardi colpevolmente accumulati, cerchiamo ora di gestire il rinnovamento, senza esserne travolti.

Penalisti pronti allo sciopero

Pronti allo sciopero, anche prolungato, per difendere la riforma costituzionale della giustizia, dimenticata dal governo e dalla sua maggioranza, e per portare a casa la nuova legge sull’ordinamento forense, che rischia di naufragare tra i 500 emendamenti presentati alla Camera. Riuniti a Rimini per il loro congresso straordinario, i penalisti sono sul piede di guerra.
“Faremo qualcosa di forte”, ha detto il presidente dell’Unione camere penali, Valerio Spigarelli, parlando ai cronisti durante i lavori del congresso, in corso a Rimini. “La misura è colma”. “Ci sono tanti modi per protestare, non esclusa l’astensione
dalle udienze”, C’è una “subdola e progressiva delegittimazione degli avvocati penalisti” che ha “ormai raggiunto livelli intollerabili”. E’ anche sull’onda del caso del legale di Gianpaolo Tarantini, Nicola Quaranta, sollevato “coattivamente” dai pm di Napoli dall’osservanza del segreto professionale, che i penalisti fanno appello al capo dello Stato e pensano allo sciopero.

Confermata la rettifica per il web di Alberto Sofia-Il Fatto

Continuano le proteste della rete e i tentativi delle opposizioni per cancellare “l’ammazza blog”. Al momento però la norma che introduce l’obbligo di rettifica entro 48 ore per tutti i siti informatici è stata confermata, dopo i primi emendamenti al disegno di legge Alfano sulle intercettazioni. La modifica, presentata dal deputato PDL Manlio Contento, stabilisce intanto il dovere di rendere visibile la rettifica per 30 giorni, attraverso un link inserito sulla pagina principale dello stesso blog. Spetterà all’autorità per l’informatica nella Pubblica Amministrazione il compito di stabilire metodi di accesso, caratteristiche tecniche e grafica della replica. Rimane invariato anche il tetto massimo dell’eventuale sanzione amministrativa (nei confronti del gestore che si rifiuta di pubblicare la rettifica o la inserisce dopo 48 ore) fissato a 12 mila euro. Ma la partita resta ancora aperta: opposizioni e maggioranza potrebbero convergere sulla proposta di introdurre l’obbligo solo per i siti internet di giornali e periodici. L’emendamento sarebbe firmato dal deputato PDL Cassinelli.