Responsabilità degli enti per i reati ambientali

Il 16 agosto 2011, dopo un travagliato iter, è entrato in vigore nel nostro ordinamento il d.lgs. 7 luglio 2011 n° 1221 attuativo di due importanti direttive europee sulla tutela dell’ambiente (1008/99/CE) e sull’inquinamento provocato da navi (2009/123/CE). La novità più significativa è rappresentata dall’introduzione nel corpo del d.lgs. n° 231/11 dell’art. 25 undecies ossia della previsione della responsabilità amministrativa degli enti per taluni reati ambientali commessi, a vantaggio e nell’interesse dell’ente stesso, dai vertici apicali dell’impresa ovvero da soggetti sottoposti alla direzione e vigilanza di questi ultimi. La direttiva 2008/99/CE (sulla tutela penale dell’ambiente) indicava, per ciascuno Stato, l’obbligo di incriminazione dei responsabili di una numerosa serie di attività a danno dell’ambiente, qualora fossero “illecite e poste in essere intenzionalmente o quanto meno per grave negligenza”. Gli articoli 6 e 7 prevedevano, inoltre l’obbligo degli stati di prevedere sanzioni a carico delle persone giuridiche nonché l’obbligo di adottare misure necessarie affinché le persone giuridiche dichiarate responsabili fossero passibili di sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive. Analoghe indicazioni derivavano dagli articoli quattro e seguenti della direttiva 2009/123 sull’inquinamento provocato da navi. L’elenco degli illeciti indicati nell’articolo tre della direttiva 2008/99/CE era estremamente articolato e contemplava prevalentemente (ma non solo) fattispecie caratterizzate da un evento di danno o di pericolo concreto. La soglia di rilevanza penale delle varie ipotesi menzionate dal legislatore comunitario coincideva, infatti, con la causa azione della morte o di lesioni gravi alle persone ovvero di danni rilevanti alla qualità del suolo, dell’aria, dell’acqua o ancora della fauna, alla flora ovvero con la determinazione del pericolo di causazione di tali eventi. Alla luce di ciò il Parlamento italiano, in sede di legge delega ha ritenuto, che l’obbligo di configurare la responsabilità del reato delle persone giuridiche imposto dalla direttiva dovesse essere circoscritto agli illeciti più gravi già contemplati dal nostro ordinamento e, in particolare, agli illeciti caratterizzati sul piano dell’effettiva lesione dei beni giuridici oggetto di tutela. In realtà un effettivo e completo recepimento delle direttive comunitarie citate avrebbe imposto l’introduzione di nuovi reati ambientali di pericolo concreto o di danno sul calco delle fattispecie europee, mentre, invece, ci si è limitati a richiamare gli illeciti penali in vigore nel nostro ordinamento, contemplati da numerose leggi speciali, per lo più di natura contravvenzionale, puniti con la sanzione dell’arresto e/ o ammenda, e storicamente costruite nella forma della struttura dei reati di pericolo astratto. De jure condendo il recepimento delle direttive appare un’occasione perduta per un ripensamento generale del sistema di reati contro l’ambiente, un loro inserimento sistematico nel codice penale sostanziale e una previsione come delitti delle più gravi forme di aggressione. Tutto ciò non è avvenuto ma, come riferisce anche la relazione illustrativa al decreto ” tale operazione potrà costituire oggetto di separato e  successivo intervento legislativo”. Viceversa l’indicazione dei reati è avvenuta con il richiamo testuale ad una serie assai  numerosa di fattispecie contenute in norme sparse nel nostro ordinamento. Ciò ha comportato, oltre all’esclusione dei reati più schiettamente formali, il mancato inserimento, di alcune fattispecie di significativo spessore offensivo. La maggior parte dei reati presupposto inserite nell’articolo 25-undecies d.lgs. n° 231/01 consiste in contravvenzioni, caratterizzate sia dal dolo sia dalla colpa. Tra le fattispecie prevalgono i reati nel settore dei rifiuti nei quali la responsabilità amministrativa delle società è molto più rilevante. Minori sono i casi relativi all’inquinamento idrico mentre nel settore dell’inquinamento atmosferico, il legislatore delegato è stato decisamente più parco, inserendone uno solo nel catalogo dei reati presupposti come evidenziato nella seguente tabella:

Famiglia di reati ambientali:

codice penale:

art. 727 bis: Uccisione , distruzione, cattura, prelievo di esemplari di specie animali e vegetali selvatiche protette

art. 733 bis: distruzione o deterioramento di habitat all’interno di un sito protetto

D. Lgs. 3 aprile 2006 n° 152 Norme in materia ambientale

Art. 137, commi 3,  5 primo periodo e 13 Scarichi acque reflue

Art. 137, commi 2,  5 secondo periodo e 11 Scarichi acque reflue

art. 256, comma 1 lett a) e 6 primo periodo Attività di gestione di rifiuti non autorizzata

art. 256, comma 1, lettera b), 3, primo periodo e 5 Attività di gestione di rifiuti non autorizzata

art. 256, comma 3, secondo periodo Discarica non autorizzata

art. 257, comma 1, comma 2 Bonifica dei siti

art. 258, comma 4, secondo periodo Violazione degli obblighi di comunicazione di tenuta dei registri obbligatori e dei formulari

art. 259, comma 1 Traffico illecito di rifiuti

Art. 260, comma 1 art. 260, comma 2 Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti

art. 260 bis,  commi 6 e 7, secondo e terzo periodo e 8 primo periodo, comma 8 secondo periodo Sistema informatico di controllo della tracciabilità di rifiuti

art. 279 comma 5, Sanzioni Impianti e attività in deroga Emissioni prescrizioni

Legge 7 febbraio 1992 n° 150

art 1, comma 1, art. 2, commi 1 e 2 art. 6, comma 4

art. 1, comma 2

art. 3 bis, comma 1

Legge 549/93

art. 3, comma 6 Cessazione e riduzione dell’impiego delle sostanze lesive

D.lgs 207/07

art. 9 comma 1

art. 8, comma 1 e 9 comma 2 inquinamento colposo

art. 8, comma 2 Inquinamento doloso

Tra i reati presupposto ai fini dell’applicabilità del d.lgs. 231/01 rientrano anche due nuove fattispecie penali, introdotte nel codice penale italiano dal d.lgs. n° 121/11. La prima è quella di cui all’articolo 727 bis codice penale che punisce diverse tipologie di condotte illecite nei confronti di specie animali selvatiche protette. La seconda fattispecie penale di nuova introduzione è quella di cui all’articolo 733 bis del codice penale che punisce con la pena dell’arresto fino a 18 mesi e con l’ammenda non inferiore all’€ 3000 chiunque fuori dai casi consentiti, distrugge un habitat all’interno di un sito protetto o comunque lo deteriora compromettendo lo stato di conservazione.

Come è noto, la responsabilità amministrativa della persona giuridica scatta ex d.lgs. 231/01 qualora si dimostri che il reato commesso da persone che rivestono ruoli apicali all’interno dell’ente o da loro sottoposti, venga  perpetrato nell’interesse o a vantaggio della società.  Anche in relazione alla responsabilità dell’ente in occasione della consumazione dei reati contro l’ambiente, si porranno, quindi, i medesimi problemi interpretativi sorti in occasione dell’entrata in vigore dell’articolo 25 septies del d.lgs 231/01 ossia dei delitti commessi in violazione della normativa antinfortunistica, a danno della vita o dell’incolumità delle persone fisiche. Già in sede di interpretazione di tale norma si è sottolineato che mentre è agevole per l’interprete valutare se una determinata condotta dolosa rivelante ai sensi del d.lgs. 231/01 venga posta in essere nell’interesse o a  vantaggio della società, più problematico è appurare quando un comportamento colposo possa essere stato tenuto al fine di creare un vantaggio o soddisfare un interesse dell’ente. Mentre,a titolo di esempio, è facile capire se è un reato di corruzione commesso da un manager porti o meno vantaggio alla società, più difficoltoso è appurare, in sede penale quale vantaggio l’ente possa trarre dalla violazione di una norma antinfortunistica che abbia causato la morte di un dipendente. Sul punto a dottrina si sforzata di elaborare soluzioni interpretative che rendano compatibile anche con le condotte colpose la previsione di quell’articolo cinque citato. Si è, quindi, giunti a ritenere che il “vantaggio” dell’ente consisterebbe nel risparmio dei costi connessi agli investimenti in materia di sicurezza sul lavoro e l’”interesse” debba essere inteso in senso oggettivo, ossia sull’accertamento di un rapporto di immedesimazione organica tra person giuridica e agente a cui viene imputato un reato colposo. Ad esempio, se il responsabile di un’unità produttiva decidesse di non investire in tema di sicurezza sul lavoro, l’eventuale danno dell’operaio che dovesse derivare dalla violazione della normativa antinfortunistica potrebbe comportare l’applicazione di sanzioni a carico dell’impresa ex d.lgs. 231/01. Nel solco tracciato da tale orientamento si muoverà, presumibilmente, la giurisprudenza anche con riferimento ai reati in tema ambientale. In siffatta materia, peraltro, occorre sottolineare come molti dei reati richiamati dall’art. 25 undecies d.lgs. 231/01 siano di pura condotta e non di evento, come quelli contemplati dal precedente articolo 25 septies: tale circostanza renderà ancora più difficile l’individuazione di criteri di imputazione all’impresa. Le sanzioni pecuniarie sono assai diversamente articolate in base alla gravità delle condotte. In linea di massima le soglie edittali variano, mediamente tra le 150 e 250 quote e, una volta determinato il valore della quota ai sensi dell’articolo 10 d.lgs 231/01 si può ritenere che tali sanzioni, nella loro massima entità vadano da € 232.250 ad € 387.250. Solo in relazione al reato più grave dell’elenco, quello di cui all’articolo 260 comma uno d.lgs. 152/2006 -attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti- è prevista l’irrogabilità di una sanzione pecuniaria massima di € 1.239.200,00. Oltre alle già citate sanzioni pecuniarie il legislatore ha anche previsto che per i reati più gravi possono essere applicate anche sanzioni interdittive a carico dell’ente, anche in India cautelare, quali:

interdizione dall’esercizio dell’attività;

sospensione o revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito;

divieto di contrattare con la PA, salvo che per ottenere prestazioni di un pubblico servizio;

esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi ed eventuale revoca di quelli già concessi;

divieto di pubblicizzare bene servizi.

La novella ha  anche previsto l’applicazione della sanzione dell’interdizione definitiva carico dell’ente o dell’organizzazione che risultino stabilmente utilizzati allo scopo unico o prevalente di consentire o agevolare la commissione di reati di “associazione” finalizzata al traffico illecito di rifiuti o di sversamento doloso, in mare, di materie inquinanti.

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