SOLO UNA TABELLA UNICA SUL DANNO ALLA PERSONA ASSICURA UN SISTEMA ADERENTE ALLA COSTITUZIONE di Giovanni Comandè da Guida al Diritto

Dopo 11 anni di attesa del regolamento necessario per dare vita alla tabella delle menomazioni all’integrità psicofisica compresa tra 10 e 100 punti di invalidità e dei relativi valori monetari indicativi come annunciato originariamente dall’articolo 5 della legge 57/2001 e oggi richiesto dall’articolo 138 del codice delle assicurazioni private siamo di nuovo a un punto fermo. Un punto fermo che però si è arricchito di alcuni passaggi significativi che segnano le prospettive future che permettono di dire che il Consiglio di Stato fa un assist  problematico al regolatore mentre condanna il progettato regolamento a un flop che lo riporta nei cassetti ministeriali. Infatti, il parere, assai scarno ma alquanto incisivo del Consiglio di Stato reso il 17 novembre scorso, deve essere coordinato con le più recenti acquisizioni del supremo collegio. Il parere cita esplicitamente Cassazione, sezione III,7 giugno 2011 n° 12408, affermando che l’intenzione dell’amministrazione di “porre rimedio alle distorsioni che si verificano attualmente in materia di risarcimento dei danni non patrimoniali (di non lieve entità) derivante da incidenti stradali” non solo è coerente con le esigenze ordinamentali di parità di trattamento tra situazioni analoghe” ma è in linea con l’affermazione “che la liquidazione del danno non patrimoniale alla persona da lesione dell’integrità psicofisica presuppone l’adozione da parte di tutti giudici di merito di parametri di valutazione uniformi”. Ciò che il parere non dice esplicitamente, né poteva farlo, è che la medesima sentenza ha indicato dei  valori monetari di riferimento per ogni caso (non solo RCA) di danno non patrimoniale, in assenza di un intervento legislativo, offrendo per la prima volta un valore monetario concreto alla misura dell’equità della liquidazione del danno non patrimoniale alla persona e nella specie del danno alla salute. Questo solo passaggio è capace di modificare gli scenari sul punto della tenuta costituzionale di tabelle di valori monetari indicativi di risarcimento che vogliono mantenere il sistema all’interno della responsabilità civile e non di un sistema di indennizzo automatico. Ma andiamo per gradi. Prima  di affrontare questi nodi più spinosi meritano di essere segnalati tre, apparentemente minori, rilievi mossi dal Consiglio di Stato. Il primo suggerisce di emendare l’articolo unico del regolamento per rendere esplicito l’esercizio della potestà regolamentare di dare una disciplina unitaria alle tavole di liquidazione del danno alla salute in RCA sia per la menomazione di lieve e di non lieve entità. Il secondo rilievo è da tempo segnalato dalla dottrina più attenta già con riferimento alla tabella dei valori monetari per le menomazioni di cui all’articolo 139 del codice delle assicurazioni: la progressione dei coefficienti moltiplicatori previsti in tabella non sembra rispondere a quanto stabilito univocamente dagli articoli 138 139 del Dlgs n°209/2005 e cioè non rispetta il credo normativo per cui “l’incidenza della menomazione sugli’aspetti dinamico- relazionali della vita del danneggiato cresca in modo più che proporzionale rispetto all’aumento percentuale assegnato ai postumi. Da ultimo il Consiglio di Stato suggerisce di prevedere una disciplina transitoria “onde chiarire che esso si applica a tutte le fattispecie risarcitorie non ancora definite, anche ove l’evento dannoso si sia già verificato al momento di entrata in vigore del regolamento stesso. Tale chiarimento normativo, sembra, infatti utile per evitare un’applicazione temporale disomogenea sul territorio nazionale e anche per evitare possibili controversie sul punto”. Si noti che sarebbe stata “la disciplina transitoria” che sarebbe servita alla “norma” ideata da Cassazione 12408/2011. Invero, e più in generale, il Consiglio di Stato è consapevole che il superamento di “un’ingiustificata disparità di trattamento a svantaggio dei danneggiati da sinistri avvenuti nelle circoscrizioni di quei tribunali osservanti criteri di quantificazione oltremodo ristretti” nel solo settore della RCA potrebbe aprire ulteriori vulnus alla parità di trattamento. I paradossi di un sistema che persegua razionalità ed eguaglianza in materia settoriale senza reali riferimenti ai criteri scientifici appaiono immediatamente e di essi è avvertito il legislatore anche dal parere del Consiglio di Stato. Una volta (e se) approvato il decreto, si applicherà la TUN ministeriale alle menomazioni da circolazione stradale; ma la TUN non è obbligatoria per il medesimo danno cagionato da altri fenomeni: per tutti questi rimarrà il principio giurisprudenziale espresso da cassazione 12408/2011 secondo il quale andrebbero applicate le tabelle elaborate dall’osservatorio civile del tribunale di Milano come riferimento indicativo del valore dell’equità del caso concreto da adeguarsi alle circostanze specifiche. Ciò, spiega anche in successivi arresti il Supremo Collegio per garantire il rispetto del principio di uguaglianza e basilari criteri di giustizia e ragionevolezza del sistema. Proprio esigenze di coerenza del sistema e la necessità di evitare la creazione di disparità di trattamento portano il Consiglio di Stato a muovere anch’esso forse un passo più lungo del necessario segnalando “una possibile conseguenza distorsiva derivante dall’applicazione ai soli sinistri stradali degli indici parametrici contenuti nelle tabelle allegate allo schema di regolamento in questione: infatti analoghe conseguenze lesive verrebbero ad avere differenti trattamenti risarcitori a seconda del solo fatto che la lesione sia avvenuta nell’ambito della circolazione stradale o meno. Il suggerimento conseguente all’amministrazione è scontato: valuti “se sia utile proporre una modifica legislativa in proposito che consente di ampliare lo spettro applicativo delle predette tabelle parametriche”. E se così il nostro legislatore facesse? Se si avesse finalmente una tabella indicativa nazionale per il danno alla salute in ogni settore? La soluzione sarebbe da molti punti di vista auspicabile perché eviterebbe sperequazioni e soprattutto alibi di sistema in tutti gli operatori. Già perché la crescita dei premi assicurativi e l’esigenza di calmierarli onde evitare serie ripercussioni economiche inflazionistiche assieme all’esigenza di giustizia di spostare risorse dalle cosiddette micro alle cosiddette macro menomazioni ha da sempre giustificato l’intervento calmieratore del legislatore. Come accennato sopra però gli ultimi arresti del supremo collegio nel dare al diritto vivente una misura della valutazione equitativa  del danno non patrimoniale alla salute pongono uno spartiacque prima inesistente tra RC,  anche assicurata e strumenti indennitari dove cioè la misura pur sempre stipulativa del risarcimento è esplicitamente inferiore e “calmierarante”. Non si tratterà dunque per il legislatore di “trattare” al rialzo rispetto alle posizioni giurisprudenziali per garantirsi la tenuta costituzionale quanto riprogettare scientificamente le risposte di responsabilità civile assicurata e i relativi parametri monetari scegliendo politicamente si lasciare al mercato privato l’assicurazione o procedere in presa diretta muovendo verso una decisa logica indennitaria e in ogni caso la scelta dovrà confrontarsi con tema della cifra unica (minima?) del risarcimento del danno alla salute secondo le indicazioni della cassazione 12401/2011.

DANNO NON PATRIMONIALE: PER USCIRE DALL’IMPASSE RIFORMA ORGANICA O AGGANCIO AI CRITERI MILANESI di Damiano Spera Giudice del Tribunale di Milano

Il confronto non produce danno. Questo semplice assioma vale anche per lo schema di d.p.r. sulla tabella unica nazionale (TUN) – approvato dal Consiglio dei Ministri del 3 agosto 2011  – e prevista dall’articolo 138 del codice delle assicurazioni, per il danno conseguente alle invalidità dal 10% al 100 per cento. Alla luce del recente parere del Consiglio di Stato sul provvedimento è opportuno fare alcune precisazioni su alcune soluzioni proposte dalla dottrina in materia. Vediamole. A) nel commento allo schema di d.p.r. si esprimeva forti perplessità sulla tempistica dello stesso e sul rispetto del dettato legislativo. Quel provvedimento atteso da molti anni era stato infatti approvato circa un mese dopo la sentenza 12408/2011, che,  ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale alla persona da lesione all’integrità psicofisica, aveva ritenuto la necessità di adozione da parte di tutti giudici di merito di parametri di valutazione uniformi, rendendo così obbligatoria, attraverso una rilettura dell’articolo 1226 del codice civile, l’applicazione degli “importi milanesi” di liquidazione del danno non patrimoniale in tutti i casi di non cogente adozione di una tabella normativa e, quindi, anche nei casi di lesione di non lieve entità di cui al citato articolo 138 del codice delle assicurazioni. Sarebbe stato opportuno verificare successivi orientamenti della giurisprudenza di merito e di legittimità prima di emettere uno schema di provvedimento che, lungi dal dare una soluzione alla liquidazione del danno da macropermanenti, appariva un maldestro rimedio per tamponare gli effetti della citata sentenza. Si rileva in quel commento: che i valori monetari della TUN sono pari a circa il 40 – 50% di quelli previsti dalla tabella milanese già adottati dalla gran parte dei tribunali d’Italia; che risultavano errate le modalità di costruzione della curva di risarcimento, atteso che i valori monetari della TUN non solo non crescono “in modo più che proporzionale” (come prescritto dall’articolo 138 del CDA) ma addirittura aumentano “in modo meno che proporzionale”. Ebbene, il Consiglio di Stato nel rendere su ddetto schema di regolamento il parere n° 4209 del 8-17 novembre 2011, ha praticamente “bocciato” il provvedimento governativo perché:

1)contempla anche le lesioni di lieve entità; 2) non prevede una disciplina transitoria utile per evitare applicazioni disomogenee sul territorio e possibili controversie; 3) la sequenza dei coefficienti moltiplicatori non sembra rispettare il criterio della crescita più che proporzionale rispetto all’aumento dei punti di invalidità. Un tale scostamento del testo provocherebbe con molta probabilità la disapplicazione della norma da parte del giudice civile. B)  giova evidenziare che se la citata sentenza 12408/2011 attenuerà certamente la molteplicità dei criteri di liquidazione del danno non patrimoniale (da lesione del bene salute e da perdita o grave lesione del rapporto parentale) di fonte giurisprudenziale, non sembra più esservi  argine al dilagare delle tabelle normative. Non è un caso che, nel citato parere, il Consiglio di Stato sottolinea “una possibile conseguenza distorsiva derivante dall’applicazione ai soli sinistri stradali degli indici parametrici contenuti nelle tabelle”. Infatti, analoghe conseguenze otterrebbero differenti trattamenti risarcitori, a seconda che del fatto che la lesione sia avvenuta nell’ambito della circolazione stradale o meno. Con molto garbo, dunque, il Consiglio di Stato ripropone la questione dell’opportunità di superare l’odierno sistema frammentato di liquidazione del danno; sembra sollecitare una riflessione sull’attuale giungla normativa, che con la TUN  risulterebbe ancora più aggrovigliata. Infatti l’articolo 13 del DLGS 38/2000, in tema di indennizzo INAIL, prevede specifici prospetti delle menomazioni e dei valori monetari; i d.p.r. 37/2009 e 191/2009 disciplinano diversi indennizzi e modalità di liquidazione del danno alla persona per speciali categorie di vittime; il codice delle assicurazioni (articoli 138 e 139) prevede diverse modalità di risarcimento con ulteriori tabelle – delle menomazioni e dei valori monetari – distinte per le  cosiddette micropermanenti dall’uno al 9% e le macropermanenti al 10 al 100%. C) quali soluzioni? E’ certo che siamo al tramonto della stagione tabellare dei vari uffici giudiziari sul risarcimento del danno non patrimoniale. La sentenza 12408/2011 non consentirà più la nascita di nuovi prospetti e -salva l’improbabile ipotesi che la Cassazione, questa volta sezione unite, sconfessi il principio di diritto enunciato in detta sentenza, le tabelle di liquidazione, già in uso presso gli uffici giudiziari, dovranno via cedere il passo ai criteri milanesi fino a scomparire del tutto. A maggior ragione non si vede all’orizzonte la praticabilità dell’operazione di “ingegneria tabellare” per la costruzione di una nuova curva risarcitoria del danno alla salute proposta da Filippo Martini su guida al diritto n° 49 e 50 del 2011. Anche la sentenza 12408/2011 pur stigmatizzando che la ratio legis dei criteri di liquidazione degli articoli 138 e 139 del CDA è volta al “contenimento dei premi assicurativi” non ha ceduto alla tentazione di dar vita ad una propria tabella miscelando diversi criteri e valori, ma ha dato altra linfa vitale a una tabella già esistente e già dotata di rigore ed effettività. Se dunque si intende approvare il DPR sulle macropermanenti si deve tener conto di quanto esposto e della mozione approvata dalla camera dei deputati del 2 novembre 1011 che impegna il governo a ritirare lo schema di regolamento 3 agosto del 1011, perché lesivo dei diritti dei danneggiati e a predisporre nuovo decreto teso a determinare valori medi di risarcimento del danno biologico che prendono a riferimento quelli indicati dalla tabella elaborata dal tribunale di Milano. È comunque auspicabile che il legislatore ponga in agenda l’approvazione di una legge che nel rispetto dei principi costituzionale di uguaglianza di tutela della salute “come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” abbia ad oggetto la disciplina generale e organica del danno alla persona, da inserire nel codice civile.

MISURE ANTICRISI NEL SETTORE GIUSTIZIA Legge di stabilità 12 novembre 2011 n° 184

Riforma degli ordini professionali e società tra professionisti:

l’articolo 10 dispone la delegificazione degli ordinamenti professionali da realizzarsi in base a principi di liberalizzazione. Disciplina l’esercizio delle professioni in forma societaria e abroga la precedente disciplina delle associazioni professionali.

Impiego della posta elettronica certificata nel processo civile:

l’articolo 25 reca una serie di disposizioni in tema di impiego della posta elettronica certificata nel processo civile. In particolare il comma primo lettera (a modifica il comma primo dell’articolo 125 del codice di procedura civile sostituendo la previsione relativa alla necessità che il difensore indichi, negli atti richiamati, il proprio indirizzo di posta elettronica certificata e il proprio numero di fax con la previsione per cui dallo stesso dovrà essere indicato il solo indirizzo di posta elettronica certificata comunicata al proprio ordine. Le successive lettere (b e (c abrogano il comma tre dell’articolo 133 e il comma tre dell’articolo 134 del codice di procedura civile, relative alla comunicazione delle ordinanze delle sentenze. La lettera (d interviene sull’articolo 136 del codice di procedura civile sostituendo il secondo e terzo comma del medesimo e abrogando il comma 4. Tali modifiche sono volte ad attribuire carattere prioritario al ricorso alla posta certificata per tutte le comunicazioni che avvengono nel processo, prevedendo solo in via subordinata e residuale il ricorso all’uso del telefax o alla notifica per mezzo dell’ufficiale giudiziario. Le lettere (e, (f e (g intervengono rispettivamente sugli articoli 170,176 e 183 del codice di procedura civile effettuando alcune abrogazioni dettate prevalentemente da esigenze di coordinamento. La lettera (i modifica l’articolo 366 del codice di procedura civile con finalità di favorire il ricorso alla posta elettronica certificata anche nell’ambito del processo davanti alla Corte di Cassazione. La lettera (l modifica l’articolo 518 del codice di procedura civile relativo forma del pignoramento attribuendo, ai fini della trasmissione del processo verbale del pignoramento, carattere prioritario all’uso della posta certificata. Il comma 2, sulle disposizioni per l’attuazione del codice di procedura civile, modifica in particolare gli articoli 173 bis 173 quinquies, relativi alla procedura di espropriazione immobiliare, con finalità anche in questo caso di attribuire carattere prioritario all’uso della posta certificata. Il comma tre interviene invece sulla legge 53 del 1994 che disciplina la facoltà di notificazione di atti civili, amministrativi e stragiudiziali per gli  avvocati e procuratori legali, modificando gli articoli 1,3, 4 e 5 della stessa legge 53 con l’intento di favorire il ricorso a posta elettronica certificata. Il comma 4 introduce una sanzione in caso di mancato rispetto dell’obbligo a carico degli ordini e dei collegi professionali di pubblicare in via riservata e di comunicare alle pubbliche amministrazioni i dati identificativi degli iscritti e i relativi indirizzi di posta elettronica certificata. Infine il comma 5 stabilisce che le disposizioni introdotte dal presente articolo entrano in vigore decorsi 30 giorni dal 1 gennaio 2012 data di entrata in vigore della presente legge di stabilità.

Misure straordinarie per la riduzione del contenzioso civile pendente davanti alla Corte di Cassazione e alle Corti di Appello

L’articolo 26 dispone, in mancanza di un manifestato interesse delle parti alla prosecuzione del procedimento, l’estinzione dei procedimenti civili davanti: alla Corte di Cassazione, qualora riguardino ricorsi avverso le sentenze pubblicate prima della data di entrata in vigore della legge n° 69 del 2009 (4 luglio del 2009); alle Corti d’Appello qualora pendenti da più di due anni alla data di entrata in vigore della legge in esame.

Modifiche al codice di procedura civile per l’accelerazione del contenzioso civile pendente in grado di appello

L’articolo 27 novella il codice di rito civile con lo specifico obiettivo di accelerare lo svolgimento dei procedimenti di appello. La lettera (a del comma primo dell’articolo 27 interviene sull’articolo 283 del codice di procedura civile, il quale prevede che il giudice dell’appello, su istanza di parte, proposta con impugnazione principale o con quella incidentale, quando sussistono gravi fondati motivi, anche in relazione alla possibilità di insolvenza di una delle parti, sospende il tutto o in parte l’efficacia esecutiva o l’esecuzione della sentenza impugnata, con senza cauzione. In particolare, la lettera (a aggiunge un nuovo comma all’articolo 283 del codice di procedura civile con cui viene stabilito che, se la predetta istanza è inammissibile o manifestamente infondata, il giudice con ordinanza non impugnabile può condannare la parte che l’ha proposta a una pena pecuniaria non inferiore a € 250 e non superiore a € 10.000. L’ordinanza è revocabile con la sentenza che definisce il giudizio. La successiva lettera b) modifica l’articolo 350 del codice di procedura civile, prevedendo, ferma restando la regola generale della trattazione collegiale della causa, che il presidente del collegio possa delegare uno dei componenti del collegio per l’assunzione dei mezzi istruttori. La lettera c) interviene invece sull’articolo 351 del codice di procedura civile che, al comma primo, dispone che sull’istanza prevista dall’articolo 283 volta a ottenere la sospensione della provvosoria esecutività della sentenza di primo grado il giudice dell’appello provveda con ordinanza nella prima udienza. In particolare la lettera c) esclude l’impugnabilità di tale ordinanza e aggiunge un ulteriore comma all’articolo in questione con il quale si stabilisce che, nella prima udienza, il giudice dell’appello se ritiene la causa matura per la  decisione può provvedere ai sensi dell’articolo 281- sexies del codice di procedura civile. Se per la decisione sull’istanza di sospensione della provvisoria esecutività della sentenza di primo grado è già stata fissata l’udienza, il giudice dell’appello fissa un apposita udienza nel rispetto dei termini a comparire. La lettera d) modifica quindi l’articolo 352 del codice di procedura civile, estendendo espressamente al giudizio di appello la possibilità che la causa venga decisa, oltre che secondo il tradizionale modello della decisione che segue lo scambio delle comparse conclusionali e  delle memorie di replica, anche secondo il modello disciplinato dall’articolo 281 sexies che prevede la lettura contestuale in udienza del dispositivo e della concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione. La lettera e) interviene sull’articolo 431 del codice di procedura civile con riferimento alla disciplina dell’esecutorietà della sentenza di primo grado nel processo del lavoro. In particolare la lettera e), in correlazione con l’intervento effettuato dalla lettera a) sull’articolo 283 del medesimo codice di procedura civile, aggiunge un nuovo comma all’articolo 431 con cui si stabilisce che se le istanze volte ad ottenere la sospensione dell’esecutività della sentenza di primo grado (previste rispettivamente dal terzo e dal comma sei dell’articolo 431) sono’inammissibili o  manifestamente infondate, il giudice con ordinanza non impugnabile può condannare la parte che l’ha proposta a una pena pecuniaria non inferiore a 250 euro e non superiore a 10.000 euro. L’ordinanza è revocabile con la sentenza che definisce il giudizio. La lettera f) interviene invece sull’articolo 445 bis del codice di procedura civile stabilendo che la  sentenza pronunciata all’esito del conseguente giudizio è inappellabile. Infine il comma 2 stabilisce che le disposizioni introdotte dal presente articolo entrano in vigore decorsi 30 giorni dal 1 gennaio 2012, data di entrata in vigore della legge di stabilità 2012.

Modifiche in materia di spese di Giustizia

L’articolo 28 modifica la disciplina del contributo unificato contenuta nel testo unico delle spese di giustizia di cui al d.p.r. 115 del 2002, prevedendo l’aumento di alcuni degli importi dovuti. In particolare la lettera a) comma primo interviene sull’articolo 13 del citato testo unico aumentando il 50% il contributo unificato nei giudizi di impugnazione e raddoppiando nei processi davanti alla corte di cassazione. La lettera b) sostituisce il comma tre dell’articolo 14 del testo unico. Il nuovo comma 3 stabilisce che la parte di cui al comma primo del medesimo articolo 14, quando modifica la domanda o propone domanda riconvenzionale o formula chiamata in causa, cui consegue l’aumento del valore della causa è tenuta a farne espressa dichiarazione e a procedere al contestuale pagamento integrativo. Le altre parti, quando modificano la domanda o  propongono domanda riconvenzionale o svolgono intervento autonomo, sono tenute a farne espressa dichiarazione e a procedere al pagamento di un autonomo contributo unificato determinato in base al valore della domanda proposta. Il comma due dell’articolo 28 stabilisce che il maggior gettito derivante dalle modifiche in questione sarà versata all’entrata del bilancio dello Stato con separata contabilizzazione, per essere riassegnato con decreto del ministro dell’economia e delle finanze allo stato di previsione del ministero della giustizia per assicurare il funzionamento degli uffici giudiziari, con particolare riferimento ai servizi informatici con esclusione del spese di personale. Nei rapporti finanziari con le autonomie speciali il maggior gettito costituisce riserva all’erario per un periodo di cinque anni. Infine il comma 3 stabilisce che la disposizione di quella lettera a) del comma 1 si applica anche alle controversie pendenti nelle quali il provvedimento impugnato è stato pubblicato ovvero nei casi in cui non sia stata prevista la pubblicazione, depositato successivamente al 1 gennaio 2012, data di entrata in vigore della presente legge di stabilità.

 

 

Casa coniugale, assegnazione, opponibilità ai terzi, sussistenza, condizioni Tribunale di Roma sezione VIII sentenza 19 settembre 2011 n° 19858

L’assegnazione della casa coniugale conferisce al beneficiario un diritto di natura personale, opponibile ai terzi, se avente data certa, entro il novennio ai sensi dell’articolo 1599 del codice civile o anche dopo i nove anni se il titolo sia stato in precedenza trascritto. Proprio l’opponibilità è ancorata all’imprescindibile presupposto che il coniuge assegnatario della casa coniugale sia anche affidatario della prole, considerato che in caso di estensione dell’opponibilità anche all’ipotesi di assegnazione della casa coniugale come mezzo di regolamentazione dei rapporti patrimoniali dei coniugi, si determinerebbe una sostanziale espropriazione del diritto di proprietà dell’altro coniuge, in quanto la durata del vincolo coinciderebbe con la vita dell’assegnatario.

Cassazione sezione III sentenza 13 luglio 2011 n° 15392

La sosta di un veicolo a motore su un’area pubblica o a essa equiparata integra, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 2054 del codice civile e dell’articolo 1 della legge 990/1969 (e ora dell’articolo 122 del DLGS 209/2005), anch’essa gli estremi della fattispecie circolazione, con la conseguenza che, dei danni derivati a terzi dall’incendio del veicolo in sosta sulle pubbliche vie o sulle aree equiparate risponde anche l’assicuratore, salvo che sia intervenuta una causa autonoma, ivi compreso il caso fortuito, che ha determinato l’evento dannoso.

Cassazione sezione II civile sentenza 5 agosto 2011 n° 17050

La fattura commerciale, avuto riguardo la sua formazione unilaterale e alla sua funzione di far risultare documentalmente elementi relativi all’esecuzione di un contratto, si inquadra tra gli atti giuridici a contenuto partecipativo, e si struttura secondo le forme di una dichiarazione, indirizzata all’altra parte, aventi a oggetto fatti concernenti un rapporto già costituito, onde, quando tale rapporto, per la sua natura o per il suo contenuto, sia oggetto di contestazione tra le parti stesse, la fattura, ancorché annotata nei libri obbligatori, non può, attese le sue caratteristiche genetiche, assurgere a prova del contratto, ma, al più, rappresentare un mero indizio della stipulazione di quest’ultimo e dell’esecuzione della prestazione indicata, mentre nessun valore, nemmeno indiziario, le si può riconoscere tanto in ordine alla corrispondenza della prestazione indicata con quella pattuita, quanto in relazione agli altri elementi costitutivi del contratto tant’è che, contro e in aggiunta al contenuto dalla fattura, sono ammissibili prove anche testimoniali dirette a dimostrare eventuali convenzioni non risultante dall’atto, ovvero ad esso sottostanti. In vero, un documento proveniente dalla parte che voglia giovarsene non può costituire prova in favore della stessa, nè determina inversione dell’onere probatorio nel caso in cui la parte contro la quale è prodotto contesti il diritto, anche relativamente alla sua entità, oltrechè alla sua esistenza. Pertanto, nel processo di cognizione che segue all’opposizione a decreto ingiuntivo, la fattura non costituisce fonte di prova, in favore della parte che l’ha emessa, dei fatti che la stessa vi ha dichiarato

Tribunale di Prato sezione civile sentenza 12 ottobre 2011

non è fondata la domanda di condanna dell’assicuratore al pagamento del risarcimento dei danni all’impresa di autocarrozzeria che aveva riparato il veicolo danneggiato e a cui era stato ceduto il credito risarcitorio vantato dal proprietario del veicolo stesso poiché quest’ultima non ha dato la prova né dell’avvenuta cessione del credito né dell’esistenza del danno lamentato sia nell’AN che nel quantum

Cassazione sezione II civile sentenza 21 settembre 19 ottobre 2011 n° 21605

in tema di violazione dell’articolo 146 comma tre del codice della strada (attraversamento di un incrocio con il semaforo indicante luce rossa), per effetto della nuova disciplina recata dall’articolo 201, comma uno ter del decreto-legge 151 del 2003, i documentatori fotografici delle infrazioni commesse alle intersezioni regolate da semaforo, ove omologati ed utilizzati nel rispetto delle prescrizioni riguardanti le modalità di installazione e di ripresa delle infrazioni, sono divenuti idonei a funzionare anche in modalità completamente automatica, senza la presenza degli agenti di polizia.